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Il futuro delle foreste sarde, se ne parla a Gavoi


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Paese

Dati Generali
Il paese di Gavoi
Fra i centri collocati nelle posizioni più elevate dell’Isola, Gavoi è situato nel centro della Barbagia. Negli anni è riuscito a valorizzare le proprie ricchezze naturalistiche e artistiche in chiave turistica, affermandosi come uno dei paesi più interessanti dell’area del Gennargentu.Gavoi, infatti, è uno dei pochi paesi che può vantare strutture specializzate nel turismo montano, in virtù sia alla graziosità del centro abitato, con le tipiche case in granito a vista, sia dei meravigliosi boschi dell’area protetta del parco del Gennargentu, rifugio di molte specie animali protette, sia soprattutto per l’incantevole lago di Gusana, bacino artificiale sul fiume Taloro che non ha niente da invidiare ai più famosi laghetti alpini.
L’impervio territorio intorno al paese fu abitato tanti secoli fa da parecchie tribù degli antichi abitatori dell’Isola, che qui si rifugiarono contro l’aggressione degli invasori stranieri; diverse le testimonianze lasciate da costoro, fra cui tombe dei giganti e menhir (in sardo, “pedras fittas?). Gavoi risalta, comunque, soprattutto per gli edifici sacri, come la parrocchiale cinquecentesca di San Gavino, e, soprattutto, l’isolato e solitario santuario di Nostra Signora d’Itria, posto in posizione molto elevata e a grande distanza dal centro abitato. Attorno al santuario, numerose “cumbessias? sono pronte ad accogliere i pellegrini in occasione della festa organizzata ogni anno il 29 giugno.
Il territorio di Gavoi
Altitudine: 471/1117 m
Superficie: 38,18 Kmq
Popolazione: 3011
Maschi: 1480 - Femmine: 1531
Numero di famiglie: 1047
Densità di abitanti: 78,86 per Kmq
Farmacia: via Roma - tel. 0784 53126;
Guardia medica: via Dante, 1 - tel. 0784 53145
Carabinieri: Ollolai - via Mazzini, 41 - tel. 0784 51022

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Storia

GAVOI, villaggio della Sardegna nella provincia e prefettura di Nùoro, capoluogo del mandamento del suo nome, nella cui giurisdizione sono contenuti Olzài, Ollolài e Ovodda. Comprendevasi nella Barbagia Ollolài, che fu parte del regno d’Arborea.

Topografia. La sua situazione è nella latitudine 40° e 9' e nella longitudine orientale dal meridiano di Cagliari 0° e 10'. Siede alla falda orientale del monte di Ollolài non lungi dalla destra riva del Gùsana. Le case sparzite da contrade irregolari in molti gruppi son di pessima costruzione, nè parrebbero degne di essere abitate: tuttavolta sono ben da preferire a tanti covili tenebrosi che gli antichi gavoesi si avevano scavato, dove nei tempi freddi si rintanavano e tra il fumo de’ tronchi oziavano e beveano, come anche oggidì usano non pochi. Questi oscuri sotterranei sarebbero mai le spelonche, delle quali troviamo menzione negli antichi che narrarono la vita selvaggia degli Iliesi? Veramente non si potrebbero in altro senso accettare le loro parole, già che invano ricercheresti nelle montagne de’ barbaracini quelle grandi cavità naturali o artefatte, che da alcuni si vogliono intendere.

Questa terra presentasi in bell’aspetto da certo punto per la disposizione delle case in luogo declive e per l’ornamento interno ed esterno d’una amenissima vegetazione nella primavera ed estate.

Clima. Da mezzo il settembre al principiante aprile sentesi gran freddo, sebbene non sempre continuato. Maravigliosa è la variabilità della temperatura in tutte le stagioni, mentre accade che in uno stesso giorno si patisca caldo e freddo, e ora sentasi l’aura piacevole, poi così gelida che penetri fin nell’ossa. Piove assai spesso, e la terra vedesi dove per più mesi, dove per più giorni, coperta dal nevazzo; però per poco nelle regioni di Meriddè e di Samatta, perchè protette da’ venti del monte Gonnàri e ben esposte agli australi. La nebbia non è rara; innocente quella che sorge dal fiume, dannosa l’altra che viene d’altronde principalmente agli alberi fiorenti ed agli stessi ghiandiferi. L’aria non è insalubre per miasmi in nessuna stagione.

Territorio. È vasto, e in gran parte montuoso. Le principali eminenze sono Santupedru, Olopène, Pedruvòe, Iligài, Funtanamala, Loilòi, Lohài, Parentèle, Erèmu, Istelàthe, quindi le due colline Vargasòla a ponente, e Puddis al levante del paese. I piani principali sono nelle due sunnominate regioni Meriddè e Samatta.

Acque. La terra ha molte vene d’un’acqua di tutta bontà, e alcuni ruscelli che vanno nel Gusana o Spedaloi, come anticamente appellavasi. Le fonti del paese sono nominate di Mesuvidda, Carthonna e Sucràmu; fuori, però in sito vicino, detto Su golostiu da un albero della specie di tal nome, erompe dalla rupe un’acqua riputata medicinale (s’abba mèdiga) la quale sentesi grata al gusto, e fu sperimentata leggiera, e diuretica e molto giovevole nelle febbri terzane. Credesi sia saturata di nitro. Un’altra fonte egualmente salutare è indicata agli ammalati presso ai confini con Ollolai; ed è pur degna di esser osservata quella che dicono Zurru de proinca, la quale con una più larga effluenza del solito dicesi prenunziare le grandi mutazioni atmosferiche; come dovrebbe essere analizzata quella che dicono di Stoddoè, della quale asseriscono alcuni esser tanta la gravità che rigetti dal fondo le pietre che vi si voglian sommergere: nel che forse si ingannano potendo il fenomeno avere sua buona ragione nella violenza con cui vien su dalla terra.

In questo territorio passa il Gusana dirigendosi verso il ponente nella regione, dove prende il nome di Dalòro. Vedi nell’articolo Fonni le prime origini di questo fiume. Le fonti di Gavoi sono tutte al suo incremento e dentro i suoi confini si versano in lui l’Istelàthe in distanza di due ore dal paese, e il Carchinargiu nato in territorio di Ollolai e cresciuto dal rivolo Sanna, e dal Gaidano, che hanno origine nei salti gavoesi.

Popolazione. Si numerano (anno 1838) famiglie 290 e anime 1476, delle quali 706 appartenenti al sesso maschile e 770 al femminile. Per media di dieci parti si celebrano annualmente matrimonii 12. Dalla ispezione poi dei libri parrocchiali si ebbe che dal 1826 al 35 nacquero 293 e morirono 428: il quale eccesso è da essere attribuito all’epidemia vajuolosa dagli anni 1829-30-31, ne’ quali complessivamente furono 191 morti.

Non considerate siffatte contingenze, contro le quali si è provveduto dalla sapienza del governo, questo popolo sarebbe ora più numeroso se più per tempo si fosse potuto spegnere lo spirito di vendetta e mansuefare la ferocia. Ricordansi con dolore le ostinate inimicizie e le crudeli zuffe, per le quali restarono addolorate molte famiglie, e preparossi la rovina di non poche altre.

Mancata questa ragione non sono ancora felici le condizioni e non prima lo saranno, che si riduca a miglior modo la vita irregolare di quei mercantuzzi girovaghi i quali volgarmente si appellano Cillonai, e con le frequenti intemperanze e con l’incuria della propria sanità si accorciano la vita. È osservazione costante, che di dieci che si applicano a questo mestiere di poltroneria, uno appena giunge a’ 60 anni.

Le malattie più comuni sono al petto. Gli adulti muojono ordinariamente per dolore laterale e i piccoli per la poca cura che si ha in preservarli da tutte le cause morbose. Le madri si scapigliano vedendo languire ed estinguersi quei cari; ma non si fanno coscienza di aver posto la causa del proprio dolore lasciando i piccoli nel campo sotto il sollione e non reprimendo la loro avidità per le frutta.

A parte i cillonari che amano la vita dissipata e dissoluta nel loro vagamento per tutte le provincie del regno a vendere i tappeti, le pezze di lana e altri tessuti, i restanti uomini sono da lodare come laboriosi. Tal vanto però è molto meglio meritato dalle donne che con costante opera si affaticano nel filare, tessere e in lavorar calze e berrette, e non quelle solamente di mediocre e infimo stato, ma quelle pure che sono in case agiate. Le medesime avendo ottenuta l’esclusiva coltivazione degli orti, che sono quasi altri e tanti che le famiglie, usano una somma diligenza e li fanno fruttificare al vito e al lucro.

A render giustizia alla verità non posso tacere come ne’ più di questo popolo vedansi cuori magnanimi e cortesi; perchè auguro che educati più cristianamente potranno ottener nell’avvenire una lode intera. È la morale cristiana che deve formare i virtuosi cittadini, e a questa mira dovrebbero intendere quei sacerdoti, a’ quali fu commessa la istruzione de’ popoli.

Nell’anno suddetto erano ditenuti per ragione di piccoli furti quattro uomini, e solo due banditi.

La istruzione primaria vorrebbe esser fatta con più diligenza. Comechè concorrano alla scuola circa 45 fanciulli, non pertanto ne’ 18 anni che questa scuola è aperta ben pochi hanno imparato a leggere e a scrivere. Forse in tutto il popolo non se ne potranno annoverare cento.

Vitto. Usano molti pane d’orzo, patate, legumi, frutta secche e fresche, carni e lardo. Consumasi molto di vino e di acquavite, e non sono troppe le sedici taverne che trovansi aperte, dove i cillonari passano le più belle ore sordi ai lamenti de’ figli affamati e delle mogli addolorate.

Foggie particolari di vestire. Le donne gavoesi, come quelle di Ollolai, portano per velo una cocolla di grana che scende sino agli omeri. La camicia chiudesi sul collo: il busto di stoffe preziose guernito a trina d’oro è così stretto nella parte anteriore, che non possa raccogliere il petto; questo è ricoperto da molte collane e catenelle. Nelle gonne amasi il color rosso e formasi in essa una piega un po’ larga intorno a’ fianchi. Le scarpe sono a tallone alto, piccolo il grembiale e di poco disteso sotto le ginocchia. Veston poi un giubbonetto con bottoniera d’argento dal gomito al carpo. Le vedove stringono ai fianchi un velo a mezzo pallone con una pezzuola della stessa roba che pende addietro. Il duolo non cessa fuorchè nel caso di seconde nozze. Le signore ritengono ancora la moda spagnuola, alla quale è pure da riferire il suddescritto manto.

Gli uomini seguono la maniera comune, nutrono i capelli, e i principali li stringono in una treccia.

Costumanze. I defunti si depongono in mezzo la sala. Il più stretto consanguineo o il consorte si asside alla destra del defunto, quindi gli altri intorno. Si canta

o si recita il rosario, facendo però il compianto dopo le decine. Il feretro è accompagnato da’ parenti men propinqui. Terminati gli uffici del suffragio il paroco torna a dar consolazione a’ mesti e subito preparasi pel convito funebre, che dicono sa essìda l’uscita. Consimil convito si suol poi dare nella commemorazione de’ defunti; o invece offresi carne e pane ai poveri ed alle persone che dovrebbero aver luogo nella mensa.

Il gioco solito delle donne è quello del rullo, dessos brocos, come appellano le biglie, o dess’orulla, come nominano il cilindro che lanciano per rovesciare le erette biglie: gli uomini giocano alle carte.

Il ballo è il divertimento comune e si fa o al concento del coro o al suon del tamburo, o alla melodìa delle canne (sas launeddas).

Professioni. Sono in Gavoi famiglie agricole 90, famiglie pastorali 70, e applicate ad arti meccaniche e a’ vari soliti mestieri 97, determinando i quattro quinti di questo numero pei cillonari e lasciato l’altro quinto a’ muratori, scarpari, ferrari, falegnami ed a’ fabbricatori di molini idraulici e di gualchiere.

Quasi in tutte le case si attende a tessere tele di lino e di canape, panni, tappeti, bisaccie. Per le opere di lana cinque gualchiere poste in moto dalla corrente.

Nel ministerio religioso sono impiegati quattro sacerdoti in certi ufficii… dieci notai, nel servigio della salute un flebotomo e un farmacista, nell’ajuto delle puerpere una donna che può saper tutt’altro meglio che l’ostetricia. A pareggiare presso a poco il totale delle famiglie si notino 10 case nobili con circa 50 persone, le quali sono già decadute dall’antica fortuna.

Agricoltura. L’agricoltura di Gavoi è assai ristretta, perchè le mancano le braccia di tanti cillonari, che sdegnano le opere campestri contro ciò che usavano i loro maggiori, i quali non prima uscivano alle scorse mercantili, che avessero seminato e compiti gli altri lavori agrarii sopra i predii.

Ordinariamente si seminano starelli di grano 300, d’orzo 400, di legumi 50. La fruttificazione comune è del 7 pel grano, del 10 per l’orzo, e variamente secondo le varie specie per i legumi i quali però sono molto produttivi. Nelle due sunnotate regioni, e in altra che dicano s’eremu, la generazione è molto maggiore, moltiplicandosi i cereali del 16 al 30. Ne’ narboni v’ha una fecondità maravigliosa, perchè se la stagione favorisce l’orzo rende sopra il 150; e veramente nel 1833 rese il 208.

Vigne. Dopo che gli ogliastrini fecero gustare agli uomini di Gavoi i loro blandissimi vini, questi non si poterono più persuadere a coltivarle, accortisi che qualunque cura adoperassero, non mai potrebbero avere vini di egual bontà. Nel loro vigneto le uve di rado giungono a maturità per la sopravvenienza del freddo sin dai primi di settembre; la qual ragione con l’altra della poca perizia nella manifattura fa che i vini non debbano essere di pregio e grati. Comunemente sono bianchi e conditi col cotto, perchè durino alla estate. Se le viti si fossero piantate in Meriddè e in Samatta forse i prodotti sarebbero stati migliori.

I gavoini se bevono il vino straniero non gittano il proprio, ma lo bruciano per averne un’acquavite che pare a essi una delizia, e che come la miglior cosa presentano agli ospiti ed agli amici. Si fa questa operazione in circa 8 lambicchi.

Fruttiferi. Sono coltivate molte specie, e tra esse in maggior numero e in molte varietà i noci, nociuoli, castagni, peri, susini, peschi, albicocchi e meli. Si è incominciato a innestare gli ulivastri, ma non si vedono prosperare, e credo per la mala scelta del sito. Forsechè se avessero operata questa coltivazione nelle regioni che abbiamo indicate favorevoli alle viti, sarebbero più contenti delle loro fatiche. I ciriegi sono in grandissimo numero, ed essi più che le altre specie conferiscono alla amenità del paese che assiepano e fregiano.

Delle specie silvestri l’elce, la quercia e il sovero sono le più frequenti, e in tre distinti siti formano tre selve. Nel salto di Gusana domina l’elce e la quercia, in Istelathe la quercia, in Meriddè con i vari ghiandiferi sono ulivastri, corbezzoli e varie altre specie, che pure si vedono sparse per tutto il territorio mescolatamente alle sunnominate, e sono l’ontano, la filirea, l’agrifoglio, il salice, il costi, dal cui legno duro si fabbricano i carri. La superficie complessiva de’ tre suddetti boschi non par minore di 8 miglia quadrate, e il totale de’ fruttiferi non minore di 2,500,000 individui.

Licheni. Questi paesani avvertiti da’ galluresi si posero a pelare le rupi, e cedendo loro il raccolto, han pagata la fatica con quattro scudi per cantaro sardo.

Orti. Ve ne sono dentro e fuori del paese, e ne’ vari spazii in cui sono divisi si vedono diverse coltivazioni. Le specie più comuni sono cavoli, lattuche, pomi-doro, patate, cipolle che si fanno grossissime, e zucche che gonfiansi ad un volume enorme. Quel che soperchia al bisogno si vende. I rivi Sanna e Gaidano servono all’inaffiamento degli orti, e il secondo per i molini e le gualchiere. Coltivasi ne’ medesimi il lino e il canape, di quello ben poco, di questo non meno di starelli 40, che suol rendere circa 35 decine per starello, e pregiasi per ottima qualità.

Tanche. Sono molte, e con gli orti e le vigne forse occuperanno un quinto di tutta la superficie territoriale. In alcune si coltivano cereali, e poi vi si richiama a pastura il bestiame.

Pastorizia. Nelle seguenti specie (anno suindicato) si ebbero i numeri seguenti: vacche 1600, buoi 210, pecore 15000, capre 3500, porci 4000, cavalli 500. I majali quando son bene impinguati pesano le tre cantare.

Pascoli. Abbondanti ed ottimi, ma perchè mancano l’erbe quando viene l’invernata, devonsi le pecore mandar altrove, e si mandano nel salto di Olzai, che dicono Lochèle, dove è più mite il freddo delle notti. I ghiandiferi spesso producono tanto, che potrebbe esser nutrito un numero più volte maggiore del narrato.

Lattificio. Il cacio che in grandi forme lavorasi nel territorio di Gavoi è molto pregiato. Se i tempi favoriscano, se ne manifattura per 1700 cantara.

Api. In altri tempi questa coltura era operata diligentemente, e da’ considerevoli prodotti veniva un considerevole guadagno in aumento delle fortune: ora uno ed altro è scemato a un quinto.

Pesca. Le anguille e le trote del Gusana sono molto vantate per la grossezza e il sapore. Alcuni individui della prima specie pesarono le otto libbre sarde, e non pochi della seconda fino le 24, grandezza veramente superiore a quella delle altre che prendonsi negli altri fiumi sardi. Si pesca piuttosto per diletto che per altro.

Selvaggiume. Frequentano questa regione tutte le specie dei volatili comuni nell’isola, così le gentili come le silvestri. Parimente sono molto numerosi ne’ salti i cervi, daini, cinghiali, le lepri, volpi e martore.

Commercio. L’agraria dà poco per il commercio, perchè piccola è la quantità del grano, orzo, vino, canape e de’ frutti ortensi che sopravanzi al bisogno. In maggior numero e più considerevoli sono gli articoli che dà la pastorizia pe’ molti capi vivi che manda alla beccheria della capitale, per il formaggio che vende a Orosei, per li cuoi e le pelli di cui provvede i conciatori di Oliana, Ortueri e Nuoro, e per le lane superflue. Il lucro de’ prodotti agrarii si può computare di lire n. 10000, quello de’ pastori potrebbe sommare a 40000. Da’ tessuti poi del paese se ne posson meritare 3000, e dal negozio della rivendita che fanno i cillonari altre 10000 incirca, lucro meschinissimo per tanto numero di persone che vanno peregrinando in luoghi e pericolosi viaggi. Certamente patirebbero meno e guadagnerebbero più se si occupassero a lavorar la terra o in qualche mestiero; ma quel far nulla li lusinga, e non lascia loro vedere il proprio vantaggio.

Da questo totale di guadagno togliesi una parte per robe di lusso, panni, tele bianche e dipinte, sete, ori, argenti ecc., un’altra per provviste di vino, del quale la sola Ogliastra vende loro circa 15000 quartare: il residuo da conservare non pare debba essere una somma considerevole.

Fiera. Tienesi per la festa di s. Antonio, e dura per quattro giorni, cominciando dalla vigilia.

Strade e ponti. I tre ponti su’ quali si varca il Gusana, il Carchinargiu e l’Orato, facilitano il commercio anche d’inverno. Ma se presto avrà a cadere il primo, come minaccia, perchè non ristaurato opportunamente, comincieranno anche i gavoesi a sentire in parte l’incomodo a cui soggiacciono molti popoli che restano divisi dalle comunicazioni nel tempo delle grandi piene, che spesso persistono per più giorni, e i viaggiatori che dalla parte settentrionale o dalla meridionale voglion andare nelle opposte regioni dovranno arrestarsi sulle sue sponde.

Da Gavoi a Ollolài è un viaggio d’un quarto per l’erta – a Olzài di 6 quarti per sentieri difficili – a Fonni di ore 2, e due q. per vie scabrose – a Ovodda di ore 3 – a Sarule di circa ore 2 – a Mamoiada di ore 2 e 2

q. – a Lodine di 2 q. – a Nuoro di ore 4 e 2 q. – Si carreggia per queste linee, sebbene con gran fatica de’ buoi, non ostante che tutti gli anni per comandamento senza eccezione si lavori sulle medesime. Le vie che si posson fare col cavallo sono più corte, perchè si evitano le giravolte che si debbon fare col carro.

Agiatezza. Le famiglie possidenti sono circa 260, tra le quali son ben poche quelle che han riputazione di doviziose.

Antichità. Non mancano in questo territorio i norachi, e quelle cavernette, che appellano domos de aiànas, delle quali le più osservabili sono in Gurrài e in Cogodhio; e vedonsi qua e là o stanti o cadute quelle piramidette quadrangole d’un sol pezzo di granito, che dicono Pedra-fittas, e potrai trovare nell’orto della chiesa d’Itria e nelle regioni nominate Grillu e Orrui.

Castel Corallo. Nel salto di Meriddè presso alla sponda del Gusana vedonsi delle rovine, alle quali si dà tal nome.

Tradizioni. Vanta questo popolo, come tanti altri della Barbagia la sua origine trojana, la libertà non mai annullata dalle armi puniche e romane, e ricorda tempi di potenza, quando nel dipartimento dell’Ollolai erano venti comuni e tanta popolazione, che sarebbesi potuto a un bisogno mandar fuori armati 30 mila uomini. Fra le principali terre si nomina prima di tutte Ollolai, quindi Sorovile che dicesi desolata sin dal 1330, essendosi i superstiti dalla mortalità, a’ quali era troppo funesto il luogo dell’antica abitazione, ritirati nel vicino luogo di Fonni, che da quell’ora prese incremento. Nell’ordine di grandezza veniva poi Lodi-ne, e a questo susseguiva Castel Gavoi e Castell’Oladdu al suo ponente, quindi Domus-novas presso alle Pietre-fitte, Gurrai nella regione di Oddiròlo, Chiddòe che avea vicino un grande norache, Sacapriola, che fu pure distrutto dalla peste, e Giorgiflori intorno alla chiesa della Vergine d’Itria.

Religione. Questo popolo è sotto la giurisdizione del vescovo di Nuoro.

La chiesa parrocchiale di antica struttura, con undici altari, è dedicata a s. Gavino martire torritano. Sorge sopra una collinetta a levante e incontro al paese che tutto dimostrasi nel suo piano declive, e tiene aperte ad alcune parti dell’orizzonte bellissime prospettive.

Il paroco ha titolo di rettore. Fu un tempo che raccoglievansi decime considerevoli. Ora sono scemate di molto, e vennero meno da che mancò la diligenza nella cultura de’ campi e del vigneto.

All’estremità occidentale del paese è la chiesa di s. Antioco Sulcitano, nella cui festività (domenica seconda dopo la Pasqua di Risurrezione) portasi processionalmente il suo gigantesco simulacro tutto ricoperto di ornamenti d’oro e d’argento, dimostrazione che fan le femmine della loro religione e gratitudine.

Nella parte opposta è la chiesa di s. Antonio da Padova.

Sono nel paese e prossimi alla parrocchiale tre oratorii per tre confraternite istituitevi, una che nominan dalla s. Croce, la seconda dalla Vergine del Rosario, la terza dalla Vergine del Carmelo.

Fuori del paese a levante è la chiesa della Vergine d’Itria con alcune stanze prossime per il cappellano, l’operajo e i novenanti. In altri tempi l’operajo spendeva molto per il convito gratuito a’ concorrenti; ora ricusando tutti un tal officio che porta cure e detrimento, mal si provvede alle spese necessarie con la questua del custode della chiesa, perchè questo romito (come il dicono) pensa prima e meglio a’ suoi bisogni e comodi, che alle cose necessarie per il culto.

La festa principale è per s. Antioco, nella quale convengono molti da’ vicini luoghi e dipartimenti, e si fa quella corsa che dicono Bardia in un arringo di un miglio. Una moltitudine di cavalli scelti, governati da giovani briosi, movonsi con tutta la possibile celerità dopo la bandiera che il loro capo tiene alta nella sinistra, e gareggiano per arrivare primi alla meta, che è fissata nel piazzale della chiesa. Prima di questa corsa generale quei giovani per due ore sogliono correre nella strada della chiesa di Carthonna, dando spettacolo gradito a tutti, e prova di loro destrezza e forza.

Le altre feste con corsa e balli sono per s. Giovanni, per s. Antonio e per la Vergine d’Itria. Vi è gran concorso da’ paesi limitrofi, e i mamoiadini vi preparano le loro botteguccie di confetti, liquori e torroni.

Non si è ancora formato il campo-santo, e si continua a seppellire i cadaveri nel cimiterio della parrocchiale e nella chiesa di s. Antonio.

Tradizioni

Feste e Tradizioni
Feste e Sagre a Gavoi
17 Gennaio: S. Antonio: Ai riti religiosi si accompagna la festa serale con il tradizionale falò.
Febbraio: Il Carnevale Gavoese
15 giorni dopo Pasqua: Festa di Sant’Antioco
24 Giugno: Festa di San Giovanni
Luglio: Isola delle Storie - Festival letterario a carattere nazionale, tre giorni di incontri, mostre, letture e laboratori per bambini e adulti
ultima domenica di Luglio: Festa della Madonna di Sa Itria, si svolge nell’omonimo santuario nell’altopiano di Lidana. La festa dura 15 giorni in cui, oltre ai riti religiosi, la sera si assiste a corse di cavalli e manifestazioni di vario genere
ultima domenica di Agosto: Cinema Italiano Tamburino d’Argento - Premiazione dei migliori film della cinematografia italiana
2° settimana di Ottobre: Ospitalità nel Cuore della Barbagia - nei tre giorni della sagra, vengono esposti e offerti prodotti agroalimentari locali e della Barbagia
25 Ottobre: San Gavino - Festa del Patrono